Alfred Jarry

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Storie, racconti e amenità varie di Ugo Tartarugo.

Questa volta vi parlerò, brevemente, di Alfred Jarry (1873-1907).
Noto soprattutto per il suo “Ubu” e la sua ancora più famosa esclamazione “Mendre!”. Non molti sanno che, fra le altre cose, è stato l’inventore della Patafisica o Scienza delle soluzioni immaginarie.
Nella vita privata era un’eccentrico. Per esempio si presentò ad un funerale vestito da ciclista e con una pistola in mano.
Sembra che una volta disse:
– Maintenant que la glace (specchio – ghiaccio) est rompue… Ora che il ghiaccio è rotto…
Lo avrebbe detto, galantemente, nel foyer di un teatro a una bella sconosciuta dopo aver infranto a revolverate uno specchio a due dita dalla sua testa.
In questo rubrica ho pensato di dare spazio ad un’altra sua opera poco nota. Un racconto sotto forma di articolo sportivo. Io lo avevo letto tanti anni fa su “Tango”, la rivista satirica. Mi sembra giusto, proponendolo, citare la mia fonte.
Buona lettura. Ugo Tartarugo

La passione considerata come corsa ciclistica in salita
di Alfred Jarry
da “Tango” N° 107 del 16 Maggio 1988

Barabba, ingaggiato, diede forfait. Lo starter Pilato, estraendo il cronometro ad acqua o clessidra, il che gli bagnò le mani, a meno che v’abbia semplicemente sputato sopra, diede il via.
Gesù sgommò a pieni pedali.
A quei tempi, secondo l’attendibile cronista sportivo san Matteo, v’era l’uso di flagellare alla partenza gli sprinter ciclisti come fan oggi i cocchieri coi loro ippomotori. La frusta serviva da stimolante e insieme da massaggio igienico. Dunque, Gesù, in gran forma, partì in quarta, ma l’incidente del pneumatico capitò quasi subito. Una corona di spine crivellò il tubolare della ruota davanti.
Oggi si può vedere 1’esatta riproduzione di quella corona di spine nelle vetrine dei fabbricanti di biciclette, come reclame dei pneumatici antiforo. Quello di Gesù, un single-tube da pista ordinario, non lo era.
Da quei ladri di Pisa che erano, i due ladroni in combutta presero un certo vantaggio.
È falso vi sian stati dei chiodi. I tre raffigurati nell’iconografia corrente, sono degli smontapneumatici.
Ma conviene prima parlare delle cadute. E intanto descriviamo in poche parole la macchina.
Il telaio è d’invenzione recente. È soltanto nel 1890 che si videro le prime bici a telaio. Per l’addietro, il corpo della macchina era composto da due tubi saldati perpendicolarmente l’uno sull’altro. È ciò che si chiama bicicletta a corpo diritto o a croce. Gesù, dicevamo, dopo l’incidente della foratura, si fece la salita a
piedi, portando in spalla il suo telaio o se si preferisce la sua croce.
Le stampe dell’epoca riproducono la scena, basandosi su delle foto. Sembra però che lo sport ciclistico, a seguito dell’accidente ben noto che concluse incresciosamente la corsa della Passione, e che oggi torna d’attualità per l’incidente simile capitato al conte Zborowski sulla salita della Turbie, sembra dunque che tale sport sia stato interdetto per qualche tempo, per decreto prefettizio. Ciò spiega perché i giornali illustrati, riproducendo la celebre scena, abbian, raffigurato le biciclette in maniera alquanto fantasiosa. Essi confusero la croce del telaio con quell’altra croce, il manubrio diritto. Rappresentarono Gesù con le mani divaricate sul manubrio, e notiamo a tale proposito che Gesù pedalava coricato sul dorso, per diminuire la resistenza dell’aria.
Notiamo altresì che il telaio o croce della macchina, come certi cerchioni attuali, era di legno.
Qualcuno ha insinuato, a torto certamente, che la macchina di Gesù fosse una draisina, strumento assai inverosimile per una corsa in salita, Stando agli antichi agiografi santa Brigida, Gregorio di Tours e Ireneo, la croce era munita di un dispositivo da essi chiamato «suppedaneum». Non c’è bisogno di essere dei gran dotti per tradurre: «pedale».
Giusto Lipsio, Giustino, Bosio e Ericio Puteano descrivono un altro accessorio, che si poteva vedere ancora, riporta Cornelio Curzio nel 1634, in certe croci del Giappone: una sporgenza della croce o telaio, di legno o di cuoio, su cui il ciclista si mette a cavallo: il sellino, chiaramente.
Siffatte descrizioni non sono d’altronde più infedeli della definizione che della bici danno oggigiorno i cinesi: «Piccolo mulo che si guida per le orecchie e si fa avanzare a furia di calci».
Abbreviamo il racconto della corsa, narrata per filo e per segno dalle pubblicazioni specializzate ed esposta in pittura o scultura nei monumenti ad hoc.
Nella salita abbastanza dura del Golgota, vi sono quattordici tornanti. È al terzo che Gesù fece il primo capitombolo. Sulle tribune, la mamma si allarmò. Il fido gregario Simone di Cirene, il cui compito sarebbe stato, senza l’incidente delle spine, di «tirargli» la corsa e tagliargli il vento, incollò la sua macchina.
Quantunque non portasse pesi, Gesù traspirò. Non è certo che una spettatrice gli abbia asciugato il viso, ma è esatto che la reporteressa Veronica prese un’istantanea con la sua Kodak.
La seconda caduta ebbe luogo al settimo tornante, su un pavé sdrucciolevole. Gesù derapò per la terza volta all’undecimo, su una rotaia.
Le cortigiane d’alto bordo d’Israele sventolarono i fazzoletti all’ottavo.
L’increscioso incidente che sappiamo capitò al dodicesimo tornante. in quel momento Gesù era dead-head con i due ladroni. È notorio com’egli abbia proseguito la corsa da aviatore… ma questo esula dal nostro argomento.

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