Storie, racconti e amenità varie di Ugo Tartarugo.

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Storie, racconti e amenità varie di Ugo Tartarugo

Un giorno Giccì (Grande Capo) mi chiama e mi dice: “Ho un grande compito da affidarti”. Io ho pensato: “Ci sarà da montare qualche lampadario o da trasportare qualche vaso di piante o altro di simile”. Invece, con mia grande sorpresa non era niente di questo. Dovevo scrivere, niente poco di meno, che degli articoli da mettere sul sito dell’associazione. Io, quasi un analfabeta, elevato a scrittore/giornalista o giornalista/scrittore. Quale onore o quale disperazione del Giccì da non avere nessun altro al quale affidare l’incarico. Ho pensato un po’, diverse ore, su come riempire lo spazio affidatomi, quale irresponsabilità, e alla fine ho deciso di occupare lo spazio con racconti, storie, anche favole, che parlano di varie parti del mondo, anche dell’Italia a volte. Di vari autori del mondo, anche italiani a volte.

Oltre alle storie, ogni tanto, ci saranno delle sissertazioni, non molto serie per la verità visto il mio grado di istruzione, sui modi di dire o sulle origini delle parole. Per esempio: “Perché si dice «Starci come il culo nelle quarant’ore»?” oppure “Qual è l’origine della parola «bucaniere»?

Sciocchezze di questo tipo.

Fatta questa introduzione di rito. Grazie Giccì per l’informazione, non sapevo che si chiamasse così, mi accingo a presentare il primo contributo di questo spazio.

Si tratta di un racconto di Virgilio Lilli.

Giornalista e scrittore italiano, nonché pittore negli ultimi anni di vita, non molto noto.

Quello che vi presento è tratto da una raccolta di racconti nati dalla sua esperienza di corrispondente dall’estero. Questo in particolare riguarda il Giappone.

Spero che vi piaccia. Altrimenti il Giccì mi toglie l’incarico, non che ci sia la fila per questo compito.

Se vi piace fatelo sapere. Se non vi piace tenete per voi le vostre opinabili opinioni.

Il vostro Ugo Tartarugo

Tratto da PENNA VAGABONDA

Giro del mondo in quattro tappe

di Virgilio Lilli

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Un buco in una calza

Se doveste, per caso, andare in Giappone, attenzione alle vostre calze. Le scarpe, la camicia, la cravatta eccetera potranno rimanere le stesse che usate al vostro paese. Le calze no. Le calze dovranno essere d’eccezione: calze robuste, calze rinforzate alla punta del piede e al tallone con tessuto resistente quanto e più del ferro. Altrimenti un giorno o l’altro vi accadrà di soffrire indicibilmente. Come avvenne a me, per esempio, nella bella città di Kobe dove per alcune ore mi sentii, appunto per via delle calze, l’uomo più infelice –e forse perfino il più ridicolo  –  di questa terra.

Fui invitato a pranzo dal mio caro amico Yoshida, un giornalista del quotidiano Asahi Shinbun che si stampa a Tokyo e vende quattro milioni di copie al giorno. Yoshida amava molto l’’onorevole signora’ Italia, e voleva renderle omaggio attraverso la mia persona. (Tutto è onorevole, in Giappone; tutto è signore: l’onorevole signora Italia, l’onorevole signora Francia, l’onorevole signor gatto, l’onorevole signor pane,l’onorevole signor tavolino, le onorevoli signore calze, eccetera. Le mie calze, tuttavia, non si dimostrarono onorevoli, disgraziatamente). Arrivai, dunque, alle sei del pomeriggio all’onorevole signor restaurant, una aggraziata casettina di legno con le finestre di carta e due gonfie lanterne  – di carta anch’esse  –  all’ingresso, brillanti di colori come due gigantesche bolle di sapone. Il mio amico Yoshida era lì ad attendermi con altri invitati, cinque signori che avevano età diverse ma che sembravano tutte la medesima persona riflessa in cinque specchi: piuttosto piccolini, con occhietti obliqui e pieni di luccichii sopra il naso a patatina, gialletto.

Prima di deciderci a entrare nel restaurant ci scambiammo vicendevolmente una trentina di inchini: si inchinava profondamente a me Yoshida e mi inchinavo profondamente io a lui; si inchinavano i cinque invitati, uno alla volta, a Yoshida, e si inchinava Yoshida, uno alla volta, ai cinque invitati; mi inchinavo io, uno a uno, ai cinque invitati e i cinque invitati, ognuno, a me; poi ognuno dei cinque invitati agli altri quattro e cosi di seguito. Inchinandoci, ci scambiavamo parolette quasi di zucchero, tanto erano dolci, in un inglese che al posto delle ‘elle’ metteva le ‘erre’. Naturalmente io ero il signor Riri, cioè Lilli; ero Riri-san, che vuol dire l’onorevole signor Lilli (basta aggiungere a una parola un bel ‘san’ e quella parola diventa subito onorevole; perfino la guerra è ‘san’, in Giappone l’onorevole signora guerra; anzi ‘guella’).

Dopo quella filastrocca di inchini, sorrisi e paroline al miele, portatisi al primo scalino di legno della casettina, i miei amici si fermarono e si tolsero le scarpe, le scarpe-san per intenderci. Quindi due cameriere in kimono, inginocchiate al suolo, infilarono ai loro piedi un paio di pantofole di feltro, chiare e leggere. Anch’io mi tolsi le scarpe, poiché non si entra nella casa giapponese con le scarpe ai piedi. Fu a questo punto che provai un tuffo, al cuore, doloroso come una pugnalata. Sissignore! avevo un buco sulla calza destra, precisamente dove sta il pollice; e che cosa si vedeva attraverso il buco? Si vedeva l’unghia del pollice del piede, o, per parlare in italiano più corretto, dell’alluce. Che fare? Stavo facendo una figura da cane, una onorevole figura da cane, una figura, in verità, da cane-san.

Con uno scatto misi il piede sinistro sopra il destro in maniera da coprire il buco; e stavo lì fermo immobile, come un allocco. Ed ecco, avanzando verso di me, rispettosamente, sulle ginocchia, una cameriera venne per infilarmi le classiche pantofole. Io non tolsi il piede sinistro dal destro, ma inchinandomi come potevo in quella scomoda posizione le feci intendere che le pantofole me le sarei infilate da me. Uno degli invitati mi disse con un inchino e un sorriso: «La onorevole cameriera è qui per infilarvi le onorevoli pantofole, Riri-san».

«Ecco,  –  risposi  –  io soffro terribilmente il solletico ai piedi. Preferirei fare da me». E con un secondo scatto fulmineo infilai il piede destro nella pantofola che la cameriera mi aveva avvicinato. Così, ora, in pantofole, ci avviammo alla sala da pranzo percorrendo alcuni corridoi di legno fulgente. Fu lì, all’ingresso della sala da pranzo, che un nuovo tuffo al cuore mi fece diventare bianco come un cigno. Si, si, i miei amici si toglievano le pantofole e rimanevano in calzette, certe calzette, per la verità, nuove come uscite in quel momento dal negozio. Dunque io dovevo rinunciare alla unica via di scampo, alle onorevolissime pantofole; dunque io dovevo mostrare a quei correttissimi giapponesi una Italia con le calze bucate. Frattanto i miei amici si erano ancora una volta piegati in uno splendido inchino e attendevano che, liberatomi a mia volta delle pantofole, io passassi nella sala da pranzo. Il momento era penoso, io non mi movevo, essi mi guardavano di sotto in su, chini; un alto silenzio ci dominava tutti. Finalmente Yoshida disse: «Prego, Riri-san, prego»; e voleva significare: «Che aspetti a toglierti le pantofole e a entrare, benedetto uomo-bianco?». Io mi sentii perduto, chiusi gli occhi, attesi. Avvertii qualcosa ai piedi, ed era la mano d’una cameriera che mi toglieva le pantofole sotto gli sguardi degli invitati. Entrai nella sala con l’alluce del piede destro raggricciato come per un crampo; e zoppicavo.

Ormai era chiaro che tutti si erano accorti della ‘orribile’ cosa: dell’onorevole signor buco sulla onorevole calza dell’onorevole uomo-bianco. «Mi disprezzano,  –  pensai.  –  Essi hanno calze perfette. Essi possono solo pensare che la mia patria è abitata da 45 milioni di buchi sulle calze, una per ogni calza di italiano». Pensai: «Italia mia, perdonami; per una miserabile calza io ti sto disonorando agli occhi dell’intero Estremo Oriente». Mi guardai il piede: l’alluce, così raggricciato, era scomparso, era come io fossi un mutilato; mi parve che il buco non si vedesse più. Racconsolato, avanzai trascinando la gamba precisamente come un mutilato del piede, raggiunsi la tavola da pranzo rotonda, splendente di lacca nera, alta non più di venti centimetri da terra. Tutti si inchinarono ancora, io mi tuffai letteralmente sul pavimento, al posto d’onore, afflosciandomi sui bei tatami dorati, sulle stuoie di raffinata paglia di riso che coprono sempre i pavimenti della casa giapponese e che nessuna scarpa al mondo potrebbe mai calpestare. Così seduto alla maniera giapponese, avevo nascosto il piede sotto la coscia. E mi guardavo intorno smarrito.

Quello fu uno dei più terribili pranzi della mia vita. Deciso a coprire ad ogni costo la calza, stetti sempre in quella atroce posizione, così mai scomoda che mi doleva tutto il corpo, perfino i capelli e le unghie delle mani, Parlando mescolavo le parole a smorfie dolorose che subito cercavo di trasformare in sorrisi. Il sukyaki  –  cioè la carne cotta con salsa di fagioli e cipolla, piatto nazionale giapponese  –  mi parve veleno, nonostante fosse delizioso; le ‘tempora’  –  grossi gamberi bolliti  –  mi parvero una purga, nonostante fossero prelibati;
il saké  –  cioè il vino di riso  –  mi parve una purga, nonostante fosse dolce e profumato. E così via. Quanto alla conversazione, non riuscivo a starle dietro, avendo la mente fissa alla ‘onorevole orribile cosa’, al buco nella calza. So solo che tentai a un certo momento di spiegare che da noi, in Europa, esiste uno speciale tipo di calze ‘ad aria’, fabbricate con un buco perché il piede possa, diciamo così, respirare meglio. Ma subito tacqui, perché mi parve di capire che i miei invitati facessero un risolino di compatimento estremamente ironico.

E tuttavia, quando dopo tre ore di martirio ci alzammo, mi avvidi di un fatto meraviglioso: ‘tutti gli invitati, Yoshida compreso, avevano un buco sulla punta della calza destra’, attraverso il quale si vedeva l’unghia rosea e dura dell’alluce. E camminavano cercando di metterlo in mostra, ché io mi rendessi conto che anch’essi avevano un buco in una calza e che quindi non mi sentissi tanto avvilito tanto umiliato. La loro gentilezza d’animo, la loro correttezza era arrivata dunque a questa forma di squisita amabilità, di farsi nascostamente un buco nella calza per mettersi nelle mie stesse condizioni, in modo che quel che doveva essere per me un onore e una gioia, il loro invito a pranzo voglio dire, non costituisse al contrario un grosso dispiacere.

Dunque io devo ringraziare un poco quel malavventurato buchino: esso mi procurò una lezione di alta civiltà. (Detto fra parentesi, ormai, nella posizione forzata per lunghe ore sotto la mia coscia, il buco della mia calza era diventato una vera finestra, così largo che si vedevano tutte le dita del piede).

Quando fummo sullo scalino dell’uscita della casettina in attesa che le cameriere in kimono ci portassero le scarpe, i passanti si fermavano e guardavano sbalorditi i nostri piedi; non avevano mai veduti tanti ‘buchi-san’ in una volta su onorevoli calze, nel corso della loro onorevole vita. E ridevano, ridevano. Onorevolmente, ben inteso.

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