Louise Labé

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Piccola escursione nella letteratura francese. Magari quella meno nota. Lasciatemi questa illusione per favore, Grazie.

La “meno” nota in questione è Louise Labé. Nota come la “Belle Cordière” per via del padre e del marito, entrambi produttori di cordami. Le voci maligne la chiamavano la “Belle “. A questa malignità lei rispose, argutamente, con uno dei suoi sonetti.

Vissuta nella metà del ‘500 Ebbe la fortuna di avere un padre che le permise di avere un’istruzione superiore a quella delle sue coetanee: sonare il liuto,cantare, danzare, ricamare, leggere i latini nel testo,se non anche i greci, Parlare e scrivere l’italiano ; giostrava anche, come un guerriero, fino al punto (dicesi)che Partecipò da combattente all’assedio di Perpignano,1542 (ma più probabilmente, al torneo che celebrò l’impresa).

Dopo il matrimonio, con un uomo più anziano di lei, continuò la vita di salotto e ad avere vari amanti. La cosa non doveva disturbare il marito, probabilmente non si amavano molto ma si rispettavano, che alla sua morte la lasciò erede di tutti i suoi bene.

Louse Labé pubblicò tutte le sue poesie: 3 elegie e 24 sonetti, nel 1555. Tutti d’amore. Parla dei suoi amori, passioni, amanti, delusioni e altro. Il sonetto 24 a chiusura della raccolta, come detto, è una risposta a chi la considerava una “cortigiana”, per usare un’espressione educata.

Molto interessante l’introduzione che lei scrive a presentazione della raccolta.

Lo fa sotto forma di lettera ad un’amica. Inizia parlando di una nuova legge che permette alle donne di studiare le scienze e se ne rallegra. Cerca di convincere l’amica ad approfittare di questa opportunità e di dedicarsi allo studio. Lei è più giovane e, secondo la Labé, più intelligente. Non può farsi sfuggire la possibilità di studiare. Poi motiva la lettera spiegandole che coinvolgendola ne fa la sua complice. In questo modo si sente più sicura nell’impresa di rendere pubblici i suoi scritti.

Non potendo mettere tutti gli scritti di Louise Labé, per motivi di spazio, mi limito a soli tre sonetti. Fra questi la risposta di cui sopra.

Buona lettura.

Ugo Tartarugo

II

O begli occhi color bruno, o distratti

sguardi da me, o caldi sospiri, o sparse

lacrime, o nere notti attese invano,

o chiari giorni ritornati invano;

o tristi lamentele, o desideri

ostinati, o perduto tempo, o pene

buttate via, o mille morti in mille

tese reti per cogliermi, o peggiori

mali contro di me già destinati!

0 riso, o fronte, chioma braccia mani

e dita, o lamentevole liuto,

viola, plettro e voce: tante fiamme,

solo per fare accendere una donna

Di te mi lagno, che portando tanti

fuochi, tentando di costì il mio cuore

in così tanti luoghi, non ne sia

volata addosso a te qualche scintilla.

VIII

Io vivo, io muoio; io mi brucio e annego.

Ho un caldo estremo mentre sto patendo

il freddo; troppo dolce e troppo dura

è la vita per me. Grandi ho di gioia

mescolati gli affanni; tutt’insieme

rido e lacrimo, e soffro nel bel mezzo

di un piacere più d’uno aspri tormenti.

Se ne va il bene mio e sempre dura,

tutt’insieme son arida e verdeggio.

Così, incostantemente Amor mi guida;

e quando più dolore penso avere,

senza pensarci eccomi fuor di pena.

Poi quando credo certa la mia gioia,

e al colmo essere giunta della mia

felicità desiderata, allora

nella prima disgrazia mi rimette.

XXIV

Non mi rimproverate se io ho amato,

Dame. Se mille torce ardenti, mille

travagli, mille angosce ho io sentito

mordermi; se il mio tempo ho consumato

piangendo, ah che non sia perciò il mio nome

biasimato da voi. Se io ho sbagliato,

presenti son le pene; esacerbare

non fate i loro aculei violenti;

ma pensate che al punto giusto Amore,

senza avere bisogno di un Vulcano

per iscusare il vostro ardore, senza

accusare di Adone la bellezza,

potrà molto di più, basta che voglia,

rendervi innamorate, avendo meno

argomento di me, e più smodata

e violenta passione. E state in guardia

di non essere, più di me, infelici.

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